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[30] Entrevista a Mario Luzi


CURA DI SÉ apresenta a entrevista realizada por Antonella Palermo a Mario Luzi no dia 14 do mês passado, dia fatídico em que foi nomeado Senador vitalício. Esta entrevista é um testemunho interessante e precioso narrado na primeira pessoa.

Mario Luzi ha 90 anni. A festeggiare il poeta fiorentino si sono ritrovati intellettuali e rappresentanti del mondo della politica, convenuti nel capoluogo toscano per convegni e letture pubbliche di sue opere inedite. Anche altre città italiane hanno voluto rendere omaggio in varie forme a questo illustre protagonista della nostra storia culturale.Libri accatastati in ogni angolo, quadri che lasciano poco spazio libero alle pareti. È il salottino della casa di Mario Luzi, sull’Arno. Mi ha ricevuto nel pomeriggio del 14 ottobre, giorno che avrebbe aperto la strada al suo battesimo sugli scranni del Parlamento italiano, in qualità di senatore a vita. È un novantenne affaticato che vuole restare aggrappato alla vita e riesce a farlo con straordinaria lucidità, ironia, affabilità, umiltà. È il ‘poeta’ per antonomasia nel panorama contemporaneo, ma spesso ci si dimentica che è stato anche traduttore e drammaturgo. Certo i versi li produce con preziosa e rara passione. Pesa ciascuna parola, non corre dietro al luccichio della fama. I suoi occhi vecchi, ma luminosi, sanno di maestro buono.

Qual è il suo stato d’animo di fronte alle numerose firme raccolte per la sua candidatura a Senatore a vita?
Mi fa piacere che almeno in alcune persone ci sia questa simpatia, questa stima.

Come fa i conti con la sofferenza?
La sofferenza è uno stato molto familiare all’uomo, non dico necessario, perché si può anche ipotizzare una vita felice che non conosce né il dolore né la sofferenza, però è uno sforzo dell’immaginazione, è un eccesso del sogno. In realtà io non conosco nessuno che non abbia sofferto periodicamente e qualche volta cronicamente, purtroppo. La sofferenza è un pedaggio che dobbiamo pagare per essere presenti nella vita, per essere nell’essere.

Lei ha detto spesso: “La mia poesia è più ricca di domande che di affermazioni”. Quali sono le sue domande del tempo presente?
Sono le domande sui nostri limiti: vorremmo spingerci sempre più in là, saperne di più, avere più aperture verso una conoscenza attendibile, che coincida addirittura con uno stato di ‘beatitudine’. Ad incalzare sono le domande che riguardano proprio il rapporto tra la nostra limitatezza è l’infinità. L’infinità si presenta periodicamente, ci richiama, ci affascina, ci sollecita, ma non ci dà mai delle risposte che possiamo ritenere definitive. Quindi l’una dimensione genera l’altra. Oggi purtroppo certe domande si sono aggravate.

Quali?
Quelle sul male, una presenza tutt’altro che provvisoria nell’universo. Ho sempre considerato il male il rovescio del bene. Però oggi io, di fronte a certi episodi (per es. la scuola di Beslan…n.d.r.), penso che il male sia anche fuori dalla responsabilità dell’uomo. Come un’immanenza non ancora debellata. Nel testo della Passione che scrissi (Per il Venerdì Santo del 1999 n.d.r.) faccio domandare da Gesù al Padre: “Perché? Sei tu che lo ammetti, o è qualcosa su cui Tu non hai potere?”.

E la guerra, il male della guerra? Lì c’entra l’uomo…
Quella invece è una volontà sinistra, una volontà nefasta, sbagliata.

E qui il ruolo della poesia quale può essere?
Tutto e nulla!

So che lei ha avuto modo anche di incontrare persone che poi avrebbero preso la via del terrorismo e che sono state toccate nel profondo da alcune sue poesie…
Mi è capitato in quegli anni ‘roventi’. Persone che erano in clandestinità e la lettura di certe cose, anche mie, le ha aperte ad altri discorsi, altri orizzonti. Anche per qualchedun’altro che stava scontando la pena è stato utile leggere qualche mio testo.

«Dottrina dell’estremo principiante» è il titolo della sua ultima raccolta: perché vale la pena secondo lei tornare ad una semplicità di vita?
Questo recupero del principio originario della vita e della partecipazione alla vita degli uomini come delle altre creature, è una richiesta che penso nasca dall’angoscia dell’uomo contemporaneo, dall’insoddisfazione, dall’insicurezza che vive, ma anche dalla volontà di riscoprire la meraviglia della vita. Bisogna tornare nella condizione di apprezzarla, di viverla, di stupirsi di questa vita. Penso che i drammi a cui assistiamo ci portino a desiderare questa nudità e semplicità. Bisogna rientrare nel vivente, nell’innocenza e nella forza del vivente. Con tutto quello che vediamo di orribile, il vivente è qualcosa che supera tutto.

Lei si definisce ‘principiante’: cosa ha ancora da imparare?
Tutto! Perché le eperiene che si fanno lasciano integro sia il quesito sia anche il prodigio della vita. Non possiamo essere così presuntuosi da aver capito tutto. Bisogna riconoscere che il più alto grado di consapevolezza è quello di non essere che umilissime creature presenti nel vivente. Credo che il principiante sia nella condizione più totale di aderenza alla vita e al vero.

Chi e cosa l’ha segnata nella fede in Gesù Cristo?
Ho avuto una madre meravigliosa, mi dava l’esempio, in senso caritativo, soprattutto. Io l’ammiravo, le volevo bene, naturalmente. Non era una donna di grande cultura, però aveva certe sicurezze interiori e mi faceva vedere già da allora cosa c’era dentro certe forme, certi riti della fede. Poi io mi sono fatto nel tempo anche una cultura molto fondata sui Padri della Chiesa, Sant’Agostino per esempio.

Adesso per lei cosa vuol dire aver fede?
Non disperarsi, non disperarsi mai totalmente.

Il Papa ha appena varcato la soglia del 26° anno di Pontificato. Come sente lei, quasi un suo coetano, di sintetizzare la sua missione apostolica?
La parola ‘apostolica’ è quella che lo definisce meglio. Il suo pontificato è stato apostolato, più che altro, anche Magistero, certo, ma soprattutto apostolato. E in questo non ha mai interrotto la sua azione, ha chiesto a sé stesso e ha trovato in sé stesso la forza di portare sempre più avanti questa missione, vedendo appunto il mondo nel suo complesso. L’ha fatto sì da padre della Chiesa, da responsabile di tutto l’universo cristiano, cattolico, ma più ancora come uomo, che ha visto i rischi dell’umanità planetariamente. È l’unica mente abbastanza aperta e coraggiosa da considerare l’umanità nel suo insieme, come un’unità da non lacerare con guerre e contrapposizioni. È questo un grande tema che lui ha proposto e che ha anche esemplato fino a questi ultimi tenaci sforzi che sta facendo per superare la sua malattia, la sua quasi afasia. Un uomo che ha avuto una visione totale del mondo e lo ha anche aiutato a risolvere nodi politici importanti.

Ha rimpianti?
In alcune circostanze potevo essere di aiuto, di beneficio, invece poi ho fatto male certe cose, ho fatto poco. E poi ci sono anche cose che non ho fatto, omissioni. È un bilancio che credo sia irreparabile, per chiunque.

Il suo rapporto con Firenze come si esprime nella sua poesia?
È la mia casa. Ho appreso qui quelle cose che non si cancellano mai, che sono basilari, intrinseche. Molti mi domandano: “Come ha fatto a vivere in questa città-museo?”. Ma non è un museo, per me!

Che carattere crede di avere?
Mi sembra di essere un uomo abbastanza mite. Con gli anni sempre meno irritabile, forse…

Con gli anni di solito si tende a diventare più testardi?!
La pertinacia, quella non manca, però sono portato ad irritarmi meno, nel senso che ammetto anche l’opinione altrui, le critiche…

Qual è il più bel regalo, augurio che vorrebbe ricevere per i suoi 90 anni?
Mah, questo che mi fate voi, interessandovi un po’ a quello che ho fatto, a quello che non so se sarò ancora in grado di portare avanti, e che è stato il mio lavoro di una vita.

Ha paura?
Di niente. Ho paura non della morte, ma di certe menomazioni che possono precederla, certe infermità… penso un po’ con spavento a queste cose. La morte si teme da giovani. Poi ci si abitua sia alla vita che alla morte. A un certo punto tutto il mondo che si è vissuto o quasi tutto, tutte le persone, sono già ‘di là dalla siepe’. Arriva un momento in cui quindi si è in continua corrispondenza tra queste due dimensioni. La morte è una specie di passo molto naturale che si deve fare. Poterlo fare da uno stato di serenità, di compiutezza, e anche di lucidità è augurabile rispetto a quelle circostanze avverse che possono umiliare, affliggere, provare.

È molto bello questo inno alla vita che si coglie nelle sue parole e che forse vanno a ripescare in quella “Alla vita” che fa parte dei suoi esordi poetici…
Mi pare che tra i primi e gli ultimi ci sia un rapporto molto stretto, che gli ultimi ritornino molto volentieri.

Cosa farà il 20 ottobre?
Il 20 ottobre non sarà una giornata tranquilla come avrei desiderato.

Molti auguri.
Grazie.

Di Antonella Palermo
(cortesia de Alice.it)

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